Paolo VI voleva far uscire i popoli «dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall'analfabetismo» (§21). Il profitto è utile come mezzo, ma come obiettivo esclusivo «rischia di distruggere ricchezza e creare povertà» (§21); lo sviluppo che auspicava doveva produrre «una crescita reale, estensibile a tutti e concretamente sostenibile» (§21), e la crisi diventa «occasione di discernimento» (§21). La ricchezza mondiale cresce, ma aumentano le disuguaglianze (§22), e la sovranità degli Stati è limitata dal nuovo contesto del commercio e della finanza internazionali, per cui il loro ruolo va ripensato (§24).
La ricerca di aree in cui delocalizzare le produzioni a basso costo ha portato a ridurre le reti di sicurezza sociale (§25); la disoccupazione prolungata mina la libertà e la creatività della persona, e «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo» (§25). Sul piano culturale c'è un duplice pericolo: un eclettismo culturale che considera le culture equivalenti e interscambiabili, e l'appiattimento culturale (§26). La fame dipende meno dalla scarsità di beni materiali che da quella di risorse sociali, soprattutto istituzionali, e cibo e acqua sono diritti universali (§27). «L'apertura alla vita è al centro del vero sviluppo» (§28), e la negazione della libertà religiosa, per fanatismo o per ateismo pratico, lo ostacola (§29).
Il fare senza sapere è cieco e il sapere senza amore è sterile (§30): lo sviluppo richiede che le discipline collaborino (§31), e l'accesso al lavoro stabile per tutti resta una priorità (§32). La globalizzazione, la principale novità rispetto ai tempi di Paolo VI, è una grande opportunità, ma senza la guida della carità nella verità può causare danni sconosciuti e nuove divisioni nella famiglia umana (§33).